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Resurrezione di Donna - Cap. 21


di Lauretta_Stefano
29.06.2026    |    55    |    0 9.0
"Scivolò verso il basso, centimetro dopo centimetro, finché non sentì il pube di lui contro il naso..."
Il sole filtrava attraverso le persiane socchiuse, proiettando strisce di luce pallida sul pavimento della camera da letto. Fabiola aprì gli occhi lentamente, il corpo pesante come se qualcuno le avesse versato del piombo nelle vene durante la notte. Il materasso accanto a lei era caldo, il cuscino ancora impresso della forma della testa di Renato, ma lui non c'era più. Sentì il russare provenire dal salotto, un rumore ritmico e gutturale che la lasciò indifferente, quasi la sua mente registrasse quel rumore come vitale.
Si alzò a sedere con fatica, le lenzuola attorcigliate intorno alle gambe nude. La testa le pulsava con un dolore sordo dietro gli occhi, e la bocca sapeva di qualcosa di stantio, di amaro. Si passò una mano tra i capelli arruffati, incontrando nodi che non riuscì a sciogliere con le dita. Lo specchio sull'armadio le rimandò l'immagine di una donna che faticò a riconoscere: occhi cerchiati di scuro, pelle grigiastra, labbra pallide.
Scese dal letto lentamente, i piedi nudi che toccavano il pavimento freddo. La camicia da notte in seta nera che indossava era stropicciata, ma aveva sempre un che di sensuale che, in quel momento, strideva con l'immagine di sé stessa. Uscì dalla camera camminando come un automa, un passo dopo l'altro, senza una meta precisa se non quella di mettere un piede davanti all'altro.
Il salotto era un disastro. Il posacenere sul tavolino traboccava di mozziconi di sigaretta, alcuni spenti male che continuavano a emanare sottili spirali di fumo grigiastro. Bicchieri sporchi di impronte unte erano sparsi su ogni superficie disponibile, alcuni rovesciati che avevano lasciato cerchi appiccicosi sul legno del tavolo. Vestiti abbandonati sulla spalliera del divano, una scarpa sola vicino alla porta d'ingresso, l'altra chissà dove. L'aria era densa, irrespirabile, un misto di fumo stantio, alcool versato e qualcos'altro, qualcosa di organico e sgradevole che preferì non indagare.
Renato era stravaccato sul divano, la bocca spalancata, un braccio che penzolava verso il pavimento. Russava con un fischio a ogni espirazione, la pancia che si alzava e abbassava sotto la maglietta macchiata. Fabiola lo guardò per qualche secondo, immobile, poi distolse lo sguardo. Non c'era niente da vedere lì, niente che non avesse già visto mille volte.
Andò in cucina, i piedi che scivolavano sulle mattonelle fredde. La luce del mattino entrava dalla finestra sopra il lavello, illuminando il caos che regnava anche lì. Piatti impilati nel lavandino, briciole sul tavolo, una bottiglia di Valpolicella Ripasso in bella vista sul piano di lavoro, mezza vuota. Accanto alla bottiglia, una bustina bianca, parzialmente aperta, con residui di polvere fine all'interno.
Fabiola si fermò sulla soglia, gli occhi fissi su quegli oggetti. Sentì qualcosa contrarsi nello stomaco, una fame che non era fame, un bisogno che non era sete. Strinse le mani a pugno lungo i fianchi, le unghie che affondavano nei palmi. Il vuoto che sentiva dentro era come un buco nero che le risucchiava tutte le energie, tutti i pensieri, tutta la voglia di resistere.
Distolse lo sguardo, costringendosi a muoversi. Aprì il rubinetto, lasciando che l'acqua fredda le scorresse sulle mani, poi sul viso. Il freddo fu uno shock momentaneo, ma non bastò a scacciare il torpore che le avvolgeva la mente. Si asciugò con uno strofinaccio appeso alla maniglia del forno, guardando fuori dalla finestra senza vedere nulla.
Cominciò a riordinare meccanicamente. Raccolse i piatti sporchi, li sistemò nella lavastoviglie, uno dei primi piccoli lussi che Renato le aveva donato, con i frutti del suo corpo. Passò uno straccio sul tavolo, raccogliendo le briciole nel cavo della mano e gettandole nella spazzatura. Spense le sigarette che ancora bruciavano nel posacenere, tossendo quando il fumo le arrivò in gola. Ogni movimento era pesante, goffo, come se il suo corpo non le appartenesse più del tutto.
Quando tornò in cucina, la bottiglia di Valpolicella era ancora lì, il vino rosso che brillava alla luce del sole come una promessa. Fabiola si morse il labbro inferiore, i denti che affondavano nella carne secca. Sentì il sapore del sangue, metallico e salato. Deglutì, ma la gola rimase secca.
Allungò una mano verso la bottiglia, poi la ritrasse. Chiuse gli occhi, respirando profondamente. L'aria le entrò nei polmoni portando con sé l'odore del vino, dolce e invitante. Quando riaprì gli occhi, la sua mano era già sul collo della bottiglia.
Il primo bicchiere lo bevve in piedi, appoggiata al piano della cucina, gli occhi chiusi. Il vino le scivolò in gola come velluto liquido, caldo e rassicurante. Sentì lo stomaco distendersi, il vuoto che si colmava leggermente. Non abbastanza, mai abbastanza.
Il secondo bicchiere lo versò mentre ancora deglutiva. Bevve più lentamente, assaporando ogni goccia, lasciando che il calore si diffondesse dallo stomaco al resto del corpo. Le spalle si rilassarono, le mani smisero di tremare.
Quando afferrò la bustina di cocaina, non esitò. Con movimenti pratici, quasi rituali, versò un po' della polvere bianca sulla superficie del tavolo. Prese la tessera della coop dimenticata lì dalla sera prima e con un movimento esperto la usò per formare due strisce parallele, precise. Arrotolò una banconota che trovò nella tasca di un paio di jeans abbandonati su una sedia, si chinò sul tavolo e aspirò profondamente.
L'effetto fu immediato. Un brivido le percorse la spina dorsale, elettrico e potente. La testa si schiarì di colpo, il torpore sostituito da una lucidità artificiale, tagliente. Si raddrizzò, passandosi il dorso della mano sul naso. Sentì i battiti del cuore accelerare, il respiro farsi più profondo.
Il terzo bicchiere di vino lo bevve guardando la finestra, gli occhi persi nel nulla. Il sole sembrava più luminoso adesso, i colori più vividi. Il vuoto dentro di lei non era scomparso, ma era diventato sopportabile, una presenza sorda invece di un urlo assordante.
Il rumore di un movimento nel salotto la fece voltare. Renato si stava svegliando, i suoi sbadigli rumorosi che si mescolavano ai grugniti di chi emerge da un sonno profondo. Fabiola rimase immobile, il bicchiere ancora in mano, mentre i passi pesanti di lui si avvicinavano alla cucina.
Renato apparve sulla soglia, i capelli grigi sparati in tutte le direzioni, gli occhi gonfi e arrossati. Indossava la stessa maglietta della sera prima, macchiata di sugo sulla pancia prominente. Si grattò il petto con una mano, sbadigliando di nuovo.
«Che cazzo di ore sono?» chiese con voce impastata.
Fabiola non rispose. Bevve un altro sorso di vino, gli occhi fissi su di lui sopra il bordo del bicchiere. Renato avanzò nella cucina, lo sguardo che cadeva sulla bottiglia mezza vuota, poi sulla bustina di cocaina ancora aperta sul tavolo, poi sui residui bianchi sulla superficie di legno.
Un sorriso lento gli attraversò il volto, scoprendo i denti ingialliti. «Brava la mia ragazza» disse, avvicinandosi. Le mise una mano sulla spalla, le dita che affondavano nella carne attraverso il tessuto sottile della camicia da notte. «Hai capito come si inizia bene la giornata, eh?»
Fabiola sentì il tocco di lui come attraverso uno strato di ovatta. La cocaina aveva creato una barriera tra lei e il mondo, rendendo tutto leggermente distante, leggermente meno reale. Non si scostò quando Renato le accarezzò i capelli, sistemando una ciocca dietro l'orecchio.
«Sai» continuò lui, appoggiandosi al piano della cucina accanto a lei, «ho pensato a quella cosa di Max. Te lo ricordi, vero?»
Fabiola annuì lentamente. Il nome di Max risvegliò qualcosa nella sua memoria, immagini sfocate di una sera, di una proposta, di sguardi avidi su di lei.
«Brava» ripeté Renato, compiaciuto. «Allora, che ne dici? Potrebbe essere una buona occasione per noi. Per te.»
Lei lo guardò, cercando di mettere a fuoco il suo volto. La luce del sole lo colpiva da dietro, creando un alone intorno alla sua figura che lo rendeva difficile da guardare direttamente, mentre una voce nella sua mente urlava non ti ha neppure chiesto come stai, come andata con Manfredi, nulla di nulla.
«Non so» mormorò, la voce impastata. «Non so se posso...»
«Certo che puoi» la interruppe Renato, la mano che scivolava dalla spalla al braccio, accarezzandola con movimenti lenti. «È facile. Sei bella, hai un corpo fantastico. La gente pagherà per vederti.»
Fabiola abbassò lo sguardo sul proprio corpo. La camicia da notte nascondeva ben poco, la curva dei seni visibile attraverso il tessuto sottile, le gambe nude illuminate dal sole. Sentì un brivido correrle lungo la schiena, non di piacere ma di qualcosa di simile alla rassegnazione.
«Ma se qualcuno mi riconosce...» iniziò, la voce appena un sussurro.
Renato scosse la testa, il sorriso che si allargava. «Non succederà. Te lo prometto. Avrai sempre la mascherina. Nessuno saprà chi sei. Sarai come... una maschera. Un fantasma. Un sogno.»
Le prese il viso tra le mani, costringendola a guardarlo negli occhi. Erano grigi, slavati, con vene rosse che attraversavano il bianco. «Fidati di me, Faby. So quello che è meglio per te. Per noi.»
Fabiola sentì le sue mani sul viso, calde e ruvide. La cocaina le ronzava nel cervello, rendendo i suoi pensieri lenti e confusi. Sapeva che c'era qualcosa che non andava, qualcosa che avrebbe dovuto dirle di no, di scappare, di lottare. Ma tutto quello che riusciva a sentire era quel vuoto che la consumava, quel buco nero che solo il vino e la polvere bianca riuscivano a colmare, anche se solo temporaneamente.
«Va bene» disse, la voce che suonava estranea alle sue stesse orecchie. «Va bene.»
Renato sorrise, un sorriso che gli trasformò il volto, rendendolo quasi irriconoscibile per un istante. La attirò a sé, stringendola in un abbraccio che sapeva di sudore e sigarette. «Brava la mia ragazza» ripeté per la terza volta, le labbra che le sfioravano i capelli. «Lo sapevo che avresti capito.»
La lasciò andare, tornando a occuparsi della bustina di cocaina sul tavolo. Con movimenti esperti, preparò due strisce per sé, aspirandole in modo rumoroso. Si raddrizzò, passandosi una mano sul naso, gli occhi che brillavano di una luce nuova.
«Andiamo a Siena» disse, la voce più energica adesso. «Max ci aspetta. Ha detto che ha qualcosa di speciale per te.»
Fabiola annuì, meccanicamente. Siena. Max. Qualcosa di speciale. Le parole le scivolavano addosso senza trovare appiglio, senza significato. Si sentiva come una bambola di pezza, passiva e vuota, in attesa che qualcuno la muovesse, le desse una direzione, uno scopo.
«Vestiti» ordinò Renato, già diretto verso il bagno. «Mettiti qualcosa di sexy. Ma non troppo. Dobbiamo viaggiare.»
Fabiola rimase sola nella cucina, il silenzio rotto solo dal rumore dell'acqua che scorreva nel bagno. Guardò la bottiglia di vino, quasi vuota adesso. La sollevò, bevendo un ultimo sorso direttamente dal collo. Il vino le colò lungo il mento, macchiandole la camicia da notte.
Andò in camera da letto, i passi più sicuri adesso, l'effetto della cocaina che le scorreva nelle vene come elettricità. Aprì l'armadio, guardando i vestiti appesi. Scelse una gonna corta in jeans e un top aderente bianco con una sola spallina asimmetrica che le lasciava scoperta una spalla. Niente reggiseno. Niente mutandine. Renato preferiva così. E poi un paio di sandali bianchi con una zeppa da 14 centimetri.
Mentre si vestiva, il suo sguardo cadde sulla borsa di Chanel nascosta nell'armadio. I soldi erano ancora lì, cuciti nella fodera interna. Cinquemila euro, il frutto della sua notte a Malta. Li toccò attraverso il tessuto, sentendo il fruscio delle banconote sotto le dita. Un brivido la percorse, un misto di eccitazione e paura. Quei soldi erano suoi. Solo suoi. Renato non sapeva che li aveva.
Chiuse l'armadio, allontanandosi da quel pensiero pericoloso. Non era il momento. Non ancora. Forse mai.
Quando uscì dall'appartamento con Renato, il sole era alto nel cielo. L'aria era fresca, pulita, un contrasto netto con l'atmosfera stantia dell'interno. Fabiola inspirò profondamente, riempiendosi i polmoni di ossigeno. La testa le girava leggermente, un mix di vino e cocaina che le rendeva i movimenti fluidi, quasi danzanti.
L'auto di Renato era parcheggiata davanti al condominio, quella vecchia Mercedes con la carrozzeria ammaccata su un lato. Fabiola salì dal lato passeggero, lasciandosi cadere sul sedile con un sospiro. L'interno sapeva di fumo e deodorante per auto, un mix che le fece arricciare il naso.
Renato mise in moto, il motore che tossiva prima di avviarsi con un ruggito rauco. Uscirono dal parcheggio, immettendosi nel traffico di Mestre. Fabiola guardò sfilare i palazzi fuori dal finestrino, le facciate grigie, le finestre illuminate, le persone che camminavano sui marciapiedi. Tutti sembravano avere una meta, uno scopo. Tutti tranne lei.
Sui sedili posteriori c'era un frigo da campeggio nel quale sapeva esserci vino e birra in quantità. Fabiola prese il vino, svitò il tappo e bevve un lungo sorso. Il vino era fresco e dolce, e il contrasto con il calore causato dal sole, la tranquillizzò. Bevve ancora, sentendo il liquido che le scorreva in gola come una carezza interiore.
«Piano con quella» disse Renato senza staccare gli occhi dalla strada. «Non svenire prima di arrivare.»
Fabiola non rispose. Bevve un altro sorso, poi un altro ancora. La bottiglia era quasi vuota quando la rimise al suo posto. La testa le girava piacevolmente adesso, i pensieri che si sfocavano ai bordi.
Renato le passò una bustina. «Tieni. Almeno mi fai compagnia per il viaggio.»
Lei la prese senza esitazione. Con movimenti esperti, nonostante l'automobile che ondeggiava sulle buche della strada, preparò due strisce su uno specchietto grande abbastanza. Si chinò, aspirando profondamente. Il brivido fu immediato, più intenso del primo. La cocaina le esplose nel cervello come fuochi d'artificio, colorando il mondo di sfumature più vivide.
«Come ti senti?» chiese Renato, lanciandole un'occhiata.
«Bene» rispose lei, la voce che suonava lontana alle sue stesse orecchie. «Bene.»
Il paesaggio fuori dal finestrino cambiò, il traffico dell'autostrada che lasciava il posto alla campagna toscana. Colline ondulate, vigneti ordinati, cipressi che si stagliavano contro il cielo azzurro. Fabiola guardava tutto questo con occhi vitrei, il cervello che registrava le immagini senza elaborarle completamente.
«Sai» disse Renato, rompendo il silenzio, «se tutto va bene oggi, potremo cambiare casa. Prendere un appartamento più bello. Magari con una terrazza.»
Fabiola si voltò verso di lui. La luce del sole lo colpiva di profilo, evidenziando il naso prominente, le guance flaccide, il doppio mento. Per un istante, le sembrò quasi bello. Quasi.
«Davvero?» chiese, la voce piena di una speranza infantile.
«Certo» confermò lui, allungando una mano per accarezzarle la coscia. Le dita risalirono lungo la pelle nuda, spingendosi sotto l'orlo della gonna. «Te lo meriti. Sei stata brava. Molto brava.»
Fabiola sentì il tocco di lui come attraverso un sogno. Le dita che si insinuavano tra le sue gambe, cercando, esplorando. Non si oppose. Non voleva opporsi. La cocaina le aveva acceso un fuoco nel basso ventre, un calore che si diffondeva verso l'esterno.
«Renato» mormorò, la voce che tremava leggermente.
«Sì, principessa?»
Lei si slacciò la cintura di sicurezza, voltandosi verso di lui. Il movimento fu goffo, poco coordinato, ma non le importò. Si chinò su di lui, le mani che cercavano la cintura dei suoi pantaloni.
«Faby, che cazzo fai?» chiese Renato, ma la sua voce non era arrabbiata. Era divertita. Eccitata.
Lei non rispose. Le sue dita trovarono la lampo, la abbassarono con un movimento lento e professionale. Insinuò la mano nei pantaloni, trovando quello che cercava. Il cazzo di Renato era già mezzo duro, che si risvegliava al suo tocco.
«Cazzo, Faby...» gemette lui, stringendo il volante con entrambe le mani.
Fabiola si chinò ulteriormente, i capelli che cadevano come una cortina scura intorno al suo viso. Le sue labbra trovarono la punta del cazzo, la lingua che scivolava sulla pelle sensibile. Sentì Renato irrigidirsi sul sedile, un gemito che gli sfuggiva dalla gola.
Prese il cazzo in bocca lentamente, assaporando la sensazione di riempimento. La testa di Renato era grossa, quasi troppo per la sua bocca, ma lei aveva imparato a prenderla tutta. Scivolò verso il basso, centimetro dopo centimetro, finché non sentì il pube di lui contro il naso.
«Cazzo, sì...» sussurrò Renato, una mano che si posava sulla testa di lei, spingendola.
Fabiola cominciò a muoversi, su e giù, con un ritmo costante. La bocca era bagnata, calda, accogliente. Sentiva il cazzo che le riempiva la gola, che le toglieva il respiro. Lacrime le salirono agli occhi, ma non si fermò. Non voleva fermarsi.
La cocaina le rendeva tutto più intenso, più vivido. Poteva sentire ogni vena, ogni pulsazione del cazzo di Renato nella sua bocca. Poteva sentire il proprio corpo che rispondeva, il calore che si accumulava tra le sue gambe, l’umidità che si diffondeva.
Aumentò il ritmo, la testa che andava su e giù con movimenti sempre più rapidi. La mano di Renato stringeva i suoi capelli, guidandola, controllandola. Lei si lasciò guidare, abbandonandosi completamente alla sensazione.
«Sto per venire» ansimò lui, le dita che si stringevano nei capelli di lei.
Fabiola non si fermò. Anzi, accelerò ancora, la bocca che lavorava con avidità. Sentì il cazzo che si irrigidiva ulteriormente, che pulsava nella sua gola. Poi, con un gemito soffocato, Renato venne.
Il primo getto la colpì con forza arrivando quasi in gola, caldo e denso. Fabiola deglutì istintivamente, ma non riuscì a ingoiare tutto. Il secondo getto le riempì la bocca, facendola quasi soffocare. Ritrasse leggermente la testa, lasciando che il resto le colasse sulle labbra, sul mento.
Renato emise un lungo sospiro, il corpo che si rilassava sul sedile. La mano nei capelli di lei si allentò, accarezzandola invece di stringerla. «Cazzo, Faby... sei fantastica...»
Fabiola si rialzò lentamente, passandosi il dorso della mano sulla bocca. Sentì il sapore del suo sperma, salato e leggermente amaro. Ne aveva ancora sulle labbra, sul mento, e con fare lascivo, guardando Renato, lo raccolse con le dita e lo succhiò con avidità ”Mi piace quando mi dici che sono brava”.
Guardò fuori dal finestrino. Il paesaggio era cambiato ancora. Erano in aperta campagna adesso, le colline che si susseguivano all'orizzonte come onde di terra verde. Una casa colonica apparve in lontananza, isolata tra i campi, con un lungo viale alberato che conduceva all'ingresso.
«Siamo quasi arrivati» disse Renato, sistemando i pantaloni. «Max ci aspetta lì. Prepara due piste così sarai una vera bomba e farai vedere a tutti che sei la migliore.»
Fabiola annuì, gli occhi fissi sulle due strisce bianche che inspirò voracemente, mentre la casa si avvicinava. Il cuore le batteva forte nel petto, un misto di eccitazione e paura che la cocaina trasformava in qualcosa di simile all'euforia.
«Ricorda» disse Renato, «fai quello che ti dico. Sempre.»
«Sì», rispose lei, la voce che era appena un sussurro.
L'auto imboccò il viale alberato, i rami dei cipressi che formavano una galleria verde sopra di loro. La luce del sole filtrava tra le foglie, creando giochi di ombre sul parabrezza. Fabiola guardava ipnotizzata quei disegni luminosi, il cervello che li elaborava lentamente.
Quando l'auto si fermò davanti alla casa colonica, Fabiola scese rapidamente, spalancando le gambe in modo che la minigonna salisse abbastanza da scoprire la figa nuda. L'aria era fresca, profumata di erba e di terra. Inspirò profondamente, riempiendosi i polmoni. La testa le girava piacevolmente, il mondo intorno a lei che sembrava vibrare di energia.
La porta della casa si aprì, e Max apparve sulla soglia. Era come lo ricordava: alto, robusto, con la barba incolta e gli occhi che brillavano di quella luce malefica che sembrava non spegnersi mai. Indossava una camicia aperta sul petto, i peli scuri che facevano capolino dal tessuto.
Fabiola lo guardò avvicinarsi, i passi che echeggiavano sul vialetto di ghiaia. Sentì Renato che si metteva al suo fianco, una mano che si posava possessiva sulla sua spalla.
«Benvenuti» disse Max, la voce profonda e roca. I suoi occhi si posarono su Fabiola, scivolando lungo il suo corpo con una lentezza che la fece sentire nuda. Quando arrivarono al suo viso, si soffermarono sulle tracce bianche che ancora le macchiavano il naso.
Un sorriso lento attraversò il volto di Max, scoprendo i denti in un'espressione che non aveva niente di rassicurante. «Vedo che siete partiti con il piede giusto» commentò, lo sguardo che tornava a incontrare quello di lei.
Fabiola ricambiò lo sguardo, la testa che si inclinava leggermente da un lato. La cocaina le scorreva nelle vene, rendendola audace, quasi sfacciata. Sentì le proprie labbra che si aprivano in un sorriso che non le apparteneva, un sorriso che sembrava venire da qualche parte profonda dentro di lei, da quel buco nero che aveva cercato di colmare per tutto il giorno.
«E allora» disse, la voce che suonava estranea alle sue stesse orecchie, «dove sono sti cazzi?»
Max rise, un suono profondo che sembrava provenire dal centro del suo petto. «Dentro» rispose, facendo un gesto verso la porta aperta della casa colonica. «Ti aspettano.»
Fabiola guardò la porta, le ante di legno spalancate che rivelavano un interno buio. Sentì il cuore che accelerava, il respiro che si faceva più rapido. La paura c'era, da qualche parte in fondo alla sua mente, ma era sepolta sotto strati di alcool e cocaina, sepolta sotto quel vuoto che la consumava da dentro.
Fece un passo in avanti, poi un altro. Renato la seguì, la mano che scivolava dalla spalla alla vita, stringendola in un gesto possessivo. Max si fece da parte, lasciandoli passare, il sorriso ancora stampato sul volto.
Mentre varcava la soglia, Fabiola sentì qualcosa che si chiudeva definitivamente dentro di lei. Una porta, una finestra, una possibilità. Non sapeva cosa l'aspettava là dentro, ma sapeva che non aveva importanza. Aveva fatto la sua scelta. O forse, la scelta era stata fatta per lei molto tempo prima.
L'oscura penombra la inghiottì, calda e accogliente come una bocca spalancata. E Fabiola si lasciò andare, cadendo in avanti, verso tutto quello che l'aspettava.
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